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3 date - 3 Laboratori
  

3 date - 3 Laboratori
  

Alessandro Comandini

Andrea Bernabini

Diego Salvador

Paola Musumeci

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©2022 - Fag - Design by Monica Bisin

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About
“1965. Scatto dagli anni Ottanta. All’inizio non avevo idea di chi fosse Cartier Bresson né avevo mai letto di fotografia. Solo negli ultimi anni studio di più e riprendo immagini in maniera più cosciente e meditata. Sono nato e vissuto per molti anni a Torino, e molti altri a Roma. Mi sono fatto aiutare da una Olympus, una Nikon, una Leica ed alcune ottiche. Il mio mestiere è Medico Veterinario. Credo nella fotografia anche come forma d’arte. La mia ambizione continuare a trarre piacere dall’atto di fotografare, sperando di evocare percorsi emozionali a chi mi guarda.”
- “Visioni d’artista”, Roma Morin Hotel, 2026
- Roma, Palazzo Velli, 2026
- Trieste Urban Photo, 2025
- Roma, 2025 - Arte in Nuvola [I Ragazzi di Olimpia]
- Mostra personale Roma giugno 2025. Galleria Fidia.
- Mostre collettive a Roma, Napoli, Barcellona, Trieste...
- Libri con AA.VV. Graffiti edizioni (https://www.graffitieditoria.it/): “Ombre e riflessi” - 2024; “Urban”; “La poetica dell’immagine”; “Covid 19 - Immagini da un anno buio”; “Roma - Tra luci ed ombre”; “Luce come narrazione”; “Forma Volume Superficie Colore”.
- Collaborazione con la rivista “Roman Walks” (https://romanwalks.org/)
- Selfpublishing, (Blurb) es.: “Istanti d’Italia” - 2025; “Lost in Japan” - 2024; “Sea light” - 2024; “Rome unseen” - 2023; “Antico presente” - 2022; “Forma/Informale” - 2021; “Creativity” - 2021; “Movimenti dell’animo” - 2017; ecc….

Sandro Lombardo

www.sandrolombardo.it
IG: @vetpixel_ph

The Shapes of time

Ogni immagine è un frammento sospeso non tanto per raccontare un momento, ma per evocare ciò che vi è tra i momenti: il Ma (間), lo spazio che dà forma al tempo. Attraverso simboli del quotidiano: una foglia, un’ombra, uno sguardo, l‘attenzione si posa sull’impermanenza, cuore della spiritualità giapponese. In Giappone, il concetto di impermanenza è espresso dalla parola Mujō (無常), che deriva dal buddismo e rappresenta un’idea centrale non solo nella religione, ma anche nella cultura, nella filosofia e nell’estetica giapponese. Mujō significa letteralmente “assenza di costanza” o “transitorietà”. Indica che tutto è destinato a cambiare, nulla è permanente: la vita, la natura, le emozioni, le relazioni e persino le cose belle o dolorose sono tutte temporanee. È una riflessione sulla natura effimera dell’esistenza. Il tempo non è una linea retta, ma un’eco. Che il tuo sguardo possa fermarsi, e poi continuare.

Questa serie fotografica nasce quindi come un dialogo silenzioso con la spiritualità giapponese. Lo spazio che permette al tempo di respirare. La fotografia diventa così uno spazio meditativo: il tempo si frantuma, la materia si fa evanescente, e lo spettatore è invitato a fermarsi, e poi a continuare. L’allestimento, ispirato a una griglia fluida e asimmetrica, rispecchia questo equilibrio instabile. Le immagini si rincorrono senza un centro fisso, come onde che emergono e si ritirano. In questa disposizione non c’è un percorso obbligato: ciascuno è libero di trovare la propria pausa, il proprio respiro, il proprio eco. Queste fotografie sono un invito a contemplare la fragile bellezza di ciò che passa, e a riconoscere che è proprio nello spazio vuoto, tra un’immagine e l’altra, tra un respiro e l’altro, che si cela il senso del tempo.

clicca sull'immagine per vederla intera

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Nota a margine

Monica Bisin

Nel lavoro di Sandro il viaggio in Giappone diventa un modo per osservare il tempo e la trasformazione attraverso la fotografia. Le immagini raccolgono luoghi, persone, architetture e dettagli della cultura giapponese, ma soprattutto sembrano cercare quei momenti in cui qualcosa si manifesta e, nello stesso tempo, sta già cambiando. È nelle fotografie che prendono forma i due concetti ai quali Sandro affida il suo racconto: il Ma e il Mujō. Il primo si riconosce negli spazi vuoti, nelle pause, nelle attese, in quella sospensione che separa un momento dall’altro. Il secondo emerge invece nella fragilità delle cose, nella loro natura transitoria, nella consapevolezza che ciò che vediamo è destinato a trasformarsi. Ed è qui che, a mio avviso, il lavoro apre una riflessione ulteriore. Perché fotografare l’impermanenza significa compiere un gesto apparentemente contrario alla sua natura: cercare di fermare ciò che non può essere fermato.

Ogni fotografia trattiene infatti un istante, ma quell’istante ci ricorda immediatamente che è già passato. Il viaggio diventa così anche il passaggio dall’esperienza alla memoria: ciò che abbiamo attraversato continua a vivere nell’immagine, pur essendo ormai altrove. Forse è proprio in questa contraddizione che trovo la forza del progetto di Sandro: fotografare il cambiamento senza pretendere di arrestarlo.

NB.

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