


3 date - 3 Laboratori
3 date - 3 Laboratori
Alessandro Comandini
Andrea Bernabini
Diego Salvador
Paola Musumeci
©2022 - Fag - Design by Monica Bisin

About
Mi chiamo Elisabetta Nottola, sono nata a Mantova ma vivo a Roma da sempre. Ho lavorato nella comunicazione/advertising per una grande azienda italiana e ho sempre avuto la passione per le arti visive. Mio padre mi ha trasmesso l’amore per la fotografia e dopo anni da autodidatta ho iniziato a frequentare corsi, master e workshop con l’obiettivo di ottenere una formazione il più variegata possibile. Dal ritratto all’illuminazione, reportage, storytelling, street photography. Ho realizzato un lavoro su mia madre intitolato “stracchino e marmellata” con il quale ho vinto diversi premi e letture portfolio. Sto lavorando su uno storytelling a lungo termine con una bambina affetta da spettro autistico, ed ho realizzato una fanzine del primo capitolo della storia dal titolo “Viola canta”. Amo la street photography e con questo approccio mi piace raccontare storie di viaggio. Cercare lo straordinario nell’ordinario, camminare per le strade osservando ciò che comunemente non si osserva. Amo l’effetto terapeutico che mi procura il 28 mm che mi costringe ad avvicinare molto le persone a dispetto della mia profonda timidezza e riservatezza. Fiafers Meet Viterbo portfolio 2023 – 1^classificata “stracchino e marmellata” Portfolio vincitore del premio il FOTOGRAFO al festival Non c’è limite al limite 2024 Intervista su IL FOTOGRAFO febbraio 2024 Finalista foto singola street - Imago photofestival 2022 Semifinalista foto singola street URBAN PHOTO AWARDS 2024 Finalista Concorso URBAN PHOTO AWARDS 2026 – sezione Projects and Porfolio con SHAMMA Finalista Concorso TRAVEL TALES AWARD 2026 – con SHAMMA
Elisabetta Nottola
www.elisabettanottola.it
IG: @lizzi_not
Shamma è il tradizionale scialle in leggero cotone bianco indossato sia dagli uomini che dalle donne, simbolo delle popolazioni cristiane dell’acrocoro etiopico. Gettato sulle spalle, protegge dal freddo, dalla polvere, funziona da copricapo, è segno di eleganza e dignità, copre i fedeli nelle notti di veglia nelle chiese, ma anche nella vita quotidiana fortemente regolata dalla religione, per il 60% cristiana ortodossa.
Sull’altopiano del nord durante le veglie notturne del Natale e della Pasqua (Genna e Fasika), nelle chiese millenarie di Lalibela si vedono shamme bianche nel buio, figure caravaggesche che si muovono nell’estasi della preghiera tra le candele che brillano come stelle nella notte. Al mattino le celebrazioni continuano nelle chiese ma poi si fondono con la vita che scorre nei mercati, dove la dimensione millenaria e contadina si svela e la forte interconnessione tra religione cristiana e ogni forma di attività umana è evidentissima.
La cultura dell’altopiano è un mosaico millenario di tradizioni religiose, radici storiche leggendarie ma anche pratiche agricole uniche. Una delle attività più importanti è la coltivazione del teff, cereale antichissimo originario dell’Etiopia e dell’Eritrea, alla base della cucina e della cultura etiope.
Il processo tradizionale di sgranatura del teff è un rituale affascinante. Una volta sgranato, il mix di semi e paglia viene lanciato in aria con pale di legno per sfruttare il vento e separare la pula dai semi più pesanti, creando un pulviscolo luminescente che in controluce può sembrare polvere di stelle.
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Nota a margine
Monica Bisin
In Shamma, il viaggio di Elisabetta non si ferma al luogo che attraversa, ma la porta dentro una cultura e dentro un modo di vivere. Un mondo in cui il sacro e il quotidiano convivono senza confini netti, dove la religione attraversa i gesti, le tradizioni, il lavoro e il rapporto con la terra. Lo shamma, il leggero scialle bianco che accompagna uomini e donne nella preghiera come nella vita quotidiana, diventa così il segno visibile di questo intreccio tra sacro e quotidiano. È nelle veglie notturne, nelle figure bianche che si muovono nella penombra delle chiese, nella luce delle candele, ma anche nei mercati e nel lavoro quotidiano che questo mondo prende forma. E il teff, con la sua storia antichissima, diventa parte dello stesso racconto: la terra, il lavoro e la tradizione si incontrano in un gesto che si ripete da generazioni. Persino la polvere che si solleva durante la sgranatura sembra prolungare quella stessa luce che attraversa le immagini. Ma Shamma non è soltanto un reportage su una cultura osservata da lontano. È il racconto di un incontro. Elisabetta, entrando in quei luoghi, si lascia coinvolgere da ciò che sta vivendo e riesce a trasformare quella partecipazione in immagini. Il bianco e nero diventa allora una scelta naturale: toglie il colore per lasciare emergere ciò che resta più profondamente — i volti, i gesti, la luce, l’attesa, l’emozione. E tutto questo accade attraverso uno sguardo che non invade. Elisabetta si avvicina in punta di piedi; viene vista, incontra gli sguardi delle persone, ma la sua presenza non interrompe ciò che sta accadendo. La vita continua davanti al suo obiettivo, e proprio per questo le fotografie riescono a restituire qualcosa di autentico: non la distanza di chi osserva, ma la vicinanza di chi, per un momento, è riuscito a sentirsi parte di ciò che guardava.
Forse è proprio qui che il viaggio di Elisabetta trova il suo senso più profondo: non nel raggiungere un luogo, ma nel lasciarsi raggiungere da esso.
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